A Chicago c’è un supereroe, ma non è mai stato in città

Ieri sera è andata in onda su Fox la prima puntata della serie “The Chicago Code”, scritta dal creatore di “The Shield” e produttore di “Lie to me”, Shawn Ryan. La protagonista si chiama Teresa Colvin ed è la prima donna nominata a capo della polizia di Chicago, un mestiere duro che solitamente richiede la presenza di un mastino tutto d’un pezzo che ha impressa in faccia la scritta “la legge sono io”, anche quando gli capita disgraziatamente di essere il primo dei corrotti. Non è per le sue qualità investigative che Teresa viene messa a capo del dipartimento, ma perché il più potente fra gli aldermen (equivalente dei consiglieri comunali) ha bisogno di una marionetta da piazzare sullo scranno. Leggi Scontri, faide, gomitate. Il grande scontro tra democratici a Chicago
22 AGO 20
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Chicago, dal nostro inviato. E' andata in onda su Fox la prima puntata della serie “The Chicago Code”, scritta dal creatore di “The Shield” e produttore di “Lie to me”, Shawn Ryan. La protagonista si chiama Teresa Colvin ed è la prima donna nominata a capo della polizia di Chicago, un mestiere duro che solitamente richiede la presenza di un mastino tutto d’un pezzo che ha impressa in faccia la scritta “la legge sono io”, anche quando gli capita disgraziatamente di essere il primo dei corrotti. Non è per le sue qualità investigative che Teresa viene messa a capo del dipartimento, ma perché il più potente fra gli aldermen (equivalente dei consiglieri comunali) ha bisogno di una marionetta da piazzare sullo scranno per poter gestire con minor fastidio la macchina del potere che ha messo in piedi in una lunga carriera da servitore del malaffare. Tutt’intorno s’agitano i pianeti della losca galassia di Chicago: corruzione, tangenti, favori, omertà, amicizie d’interesse, frodi, appalti pilotati, cosche mafiose, giudici politicizzati, corporazioni, sindacati, patti segreti e via così. La trama di “The Chicago Code” si regge sull’ovvia ribellione al sistema di Teresa, che con due alleati fedeli e tre spiccioli puliti decide di battersi contro le forze del male che si moltiplicano in quel vortice senza uscita che è la politica di Chicago.

Eroismo solitario a parte
, “The Chicago Code” offre una rappresentazione veritiera della città di Barack Obama, della gloriosa famiglia Daley, di Rahm Emanuel, l’ex capo dello staff alla Casa Bianca che ora corre per un posto da sindaco e da qui al 22 febbraio, giorno delle elezioni, non vede ostacoli seri alla sua elezione. New York, Los Angeles, Houston, Philadelphia, Washington: le grandi città americane sono naturalmente intrecciate con storie sordide di potere e gestione allegra della cosa pubblica, ma ogni contesto ha saputo trovare gli anticorpi necessari non tanto per arrivare a un’utopica liberazione dal male, quanto per continuare a distinguere almeno vagamente ciò che è criminale da ciò che è lecito. A Chicago tutto questo si è cristallizzato in un sistema dal volto pulito e democratico dove è impossibile tracciare una linea di demarcazione. Le grandi città si sono evolute, hanno avuto le loro guerriglie e i loro Rudolph Giuliani, le faide e gli arresti, le tregue e i compromessi; Chicago è sempre la stessa, tanto che gli studiosi di scienze politiche della città dicono che per capire il sistema si possono applicare le stesse categorie che valevano centocinquant’anni fa, basta aggiornare i dati.

Chicago è uguale a se stessa da molto prima che Al Capone coniasse il mito del gessato e della mitraglietta Thompson, la “macchina da scrivere di Chicago”, come la chiamavano negli anni Venti. Nella seconda metà dell’Ottocento la città ha avuto uno sviluppo industriale tanto intenso quanto disordinato: il lavoro attraeva gli immigrati in cerca di fortuna e nell’eccezionale espansione si sono aperti crepacci di corruzione a ogni angolo della strada. Il giocatore e gestore di bische Michael Cassius McDonald, detto “Big Mike”, ha codificato questo clima diffuso in un apparato per governare la città, la macchina politica di Chicago, creatura sopravvissuta senza troppe evoluzioni fino a oggi. Con i soldi ricavati dal suo giro d’azzardo, Big Mike si è lanciato in politica e ha praticato l’arte dell’assistenza sociale, un pulitissimo sistema di welfare per cui tutti i pubblici ufficiali ricevevano contratti di favore, benefit e servizi in cambio di sostegno politico. Dopo la guerra civile e il grande incendio di Chicago, Big Mike s’è comprato a forza di favori tutti i quadri del potere cittadino, la polizia, gli imprenditori e quando è uscito di scena il meccanismo ha continuato a funzionare per inerzia.
La storia della città è un’infinita catena di affari fatti nel retrobottega, di blocchi sociali e corporazioni impossibili da scalfire: alla fine dell’Ottocento un gruppo di aldermen che si faceva chiamare i “lupi grigi” ha creato una società fittizia per la distribuzione del gas e ha costretto quella reale a comprare la materia prima dall’azienda inesistente; il sindaco repubblicano William Thompson negli anni Venti ha vinto le elezioni grazie ai soldi che Al Capone gli offriva in cambio di protezione.
L’attuale sindaco Richard Daley è finito in uno scandalo pubblico quando un cronista del Chicago Sun Times ha notato un furgone fermo a una stazione di benzina, con due persone a bordo. Sulla fiancata c’era scritto che il mezzo era stato affittato dalla città di Chicago a un’azienda privata che forniva servizi per la città. Il cronista è rimasto cinque giorni davanti a quel van che non ha mai cambiato posizione, mentre gli assonnati occupanti facevano il cambio del turno ogni otto ore. L’inchiesta che ne è uscita ha dimostrato che il consiglio della città usava il servizio di noleggio di mezzi come tramite per guadagnare sostegno politico: se avevi le giuste connessioni con il sindaco e con i sindacati a lui vicini ottenevi un posto ben retribuito senza fare nulla se non sederti in un abitacolo e aspettare la fine del turno. La storia giudiziaria poi dei governatori dell’Illinois è persino più infiammata e il caso di Rod Blagojevich detto Blago è soltanto l’ultimo in ordine di tempo.
Per rompere la macchina politica di Chicago ci vorrebbe un supereroe, o almeno un poliziotto retto come quello di “The Chicago Code”, e in effetti in città l’eletto c’è: Pat Fitzgerald. Il procuratore generale dell’Illinois è stato scelto per questo lavoro nel 2001 per lo zelo da giustiziere solitario dimostrato nel distretto di New York, ma soprattutto perché a Chicago c’era stato soltanto una volta in vita sua. E soltanto di passaggio. Fitzgerald ha indagato una serie di personaggi di primo piano, dal chief of staff di Dick Cheney, Scooter Libby, a Conrad Black passando per la famiglia Gambino e gli attentatori del World Trade Center. Quando ha reso pubblica l’inchiesta su Blagojevich – indagato per aver tentato di vendere il seggio del Senato che era di Obama – ha detto che le prove ottenute tramite intercettazioni telefoniche erano così gravi che “Abraham Lincoln si sta rivoltando nella tomba”. Per Blago è scattato l’impeachment e ha perso la poltrona, ma di quelle 23 accuse gravissime, la Corte federale che l’ha processato ne ha riconosciuta soltanto una, quella di aver mentito agli agenti dell’Fbi. Il processo è ancora aperto e ad aprile un’altra corte è chiamata a esprimersi sul caso, ma nei corridoi che contano in città gira una versione della storia molto particolare. Una fonte confidenziale dice al Foglio: “Fitzgerald è stato costretto a rendere pubblica l’inchiesta perché le carte del processo erano state passate a un giornale, che di fatto ricattava l’accusa. Se la cosa fosse arrivata ai diretti interessati, avrebbero smesso di parlare al telefono e l’inchiesta avrebbe perso ogni significato. Per questo il procuratore ha detto tutto, anche se nelle conversazioni non c’era la pistola fumante che lui stava cercando, cioè la compravendita inequivocabile del seggio al Senato, e così l’inchiesta è arrivata in fondo, ma non come Fitzgerald se l’era immaginata. Sarebbe interessante capire chi e perché ha passato le intercettazioni ai giornali”. Qualcuno che voleva proteggere Blagojevich? “Direi piuttosto che è qualcuno che voleva difendere ‘la macchina’ di Chicago. Non era solo Blago ad essere coinvolto: c’era anche Rahm Emanuel e quindi la Casa Bianca di Obama, che peraltro doveva ancora insediarsi a quel tempo. Le intercettazioni che riguardano Emanuel però sono deboli e se è vero che Fitzgerald avrebbe voluto andare avanti non sapremo mai cosa sarebbe potuto venire fuori”.

Avere successo a Chicago
senza essere parte della macchina non è un’opzione ammessa. Rahm Emanuel non è soltanto un ingranaggio fondamentale nell’assetto della città, ma è il ponte che collega Chicago a Washington, dove l’élite venuta dal midwest si è insediata ricreando il contesto chicagoan. Rahm è amato da molti, in città: i sindacati, le associazioni per i diritti, il potere economico, gli imprenditori, la polizia, il Chicago Tribune ma anche l’avversario Chicago Sun Times, la comunità nera e la potente comunità serba. Questo si traduce immediatamente in termini di soldi. Rahm ha raccolto 10,7 milioni di dollari, che sommati a un altro milione e rotti che ha trasferito (legalmente) dal suo fondo residuo come parlamentare fanno 11,8 milioni. L’avversario economicamente più vicino, Gery Chico, ne ha raccolti 2,3; quello più lontano, Miguel Del Valle, 150 mila. I soldi di Rahm non sono soltanto il frutto di una campagna elettorale particolarmente intensa, ma di una storia di potere consolidata che è partita da Chicago per estendersi su scala nazionale. Ha ricevuto somme decisive da Steve Jobs, Steven Spielberg, Donald Trump, Sean Parker, Jeff Katzenberg, David Geffen e molti altri che non hanno nulla a che fare con Chicago, ma sanno che i soldi messi nella città del vento valgono un credito spendibile a Washington. Il candidato sindaco è sempre stato foraggiato da Wall Street, dove ha lavorato con enorme profitto in alcune delle pause strategiche dall’agone politico, e ha le credenziali giuste per affermarsi nelle logiche locali che hanno plasmato una città-stato dove vigono leggi non scritte che nessuno ha interesse a riformare. A centocinquant’anni dalla sua nascita, la macchina ha cambiato pelle, si è evoluta nei modi, ha superato i confini amministrativi, ha raschiato via quella sua patina da città intrallazzona e con il sorriso furbo di Rahm Emanuel si prepara ancora una volta a rimanere identica a se stessa.